Tullio aveva tutto. E costava anche meno degli altri.
Lo ricordo da sempre, appoggiato a quell’arco, ad aspettare un cliente, una chiacchiera, una giornata qualsiasi.
Il suo era uno stanzino pieno di ogni cosa: casse d’acqua, merendine, formaggi, alici sott’olio. Un piccolo caos ordinato che sembrava infinito.
I conti si facevano ancora a mano, su un pezzo di carta.
Ha resistito a tutto. Alle crisi, ai supermercati, perfino al Covid.
Più di quarant’anni dietro quella serranda.
Eppure non è bastato.
Perché quello che sta scomparendo non è solo un #negozio. È un modo di stare insieme. I luoghi dove ci si conosceva per nome e si entrava anche senza dover comprare niente.
Dove il commercio era ancora relazione, non solo transazione.
Ci penso spesso, perché è anche il mio lavoro, quello di costruire e raccontare servizi digitali che dovrebbero rendere la vita più semplice.
E la domanda che mi porto dietro è sempre la stessa.
Nel passaggio al #digitale, riusciamo a tenere quello che Tullio sapeva fare senza nemmeno pensarci, farti sentire riconosciuto, o lo lasciamo indietro come un dettaglio che non conta?
Perché Tullio era uno dei #terziluoghi della mia infanzia, quel posto di mezzo dove si diventa comunità e che, come tanti altri, oggi non c’è più.
E ogni serranda che si abbassa, in un paese o in un quartiere, non porta via soltanto un’attività. Porta via un pezzo di legame.
E il giorno in cui ci accorgeremo di aver perso tutti i Tullio, capiremo che insieme ai negozi abbiamo chiuso anche le porte dei nostri paesi.